Volto, impronte, voce… le dieci cose per cui siamo unici (e identificabili)

La nostra carta d’identità è il genoma, un “pin” di tre miliardi di cifre. Ma decrittarlo rapidamente (anche in parte) è impossibile. così scienza e polizie cercano altri metodi per riconoscerci. Saranno affidabili?

di ALEX SARAGOSA


L’Fbi riconoscerà le persone guardandole in faccia. Detta così la notizia non sembra un granché, ma è potenzialmente sconvolgente. Quello che ha annunciato la polizia federale americana a metà settembre è l’avvio del nuovo programma di identificazione Ngi (Next Generation Identification), che affiancherà al classico archivio di foto più impronte digitali di criminali e sospetti (ma anche di militari, poliziotti e altri impiegati pubblici) quello dei dati biometrici di volto, iride e voce. 

In futuro, con nuovi sistemi informatici di riconoscimento in tempo reale, in parte già disponibili, l’Fbi potrebbe così identificare all’istante ogni persona (presente nei suoi archivi, ma anche di cui abbia solo una buona foto o registrazione sonora) che passi davanti a una telecamera di sorveglianza o parli a portata di microfono spia. 

Per l’Fbi è la scoperta del santo Graal dell’identificazione rapida e inequivocabile di criminali e terroristi, per noi incarna l’incubo orwelliano dello Stato in grado di conoscere ogni nostra mossa. Ma funzionerà? Per distinguere una persona da tutte le altre bisogna essere certi di aver trovato un elemento che resti costante nel tempo, non sia alterabile e sia tanto personale da renderci diversi dagli altri sette miliardi di altri esseri umani sul pianeta. 

In effetti una carta di identità perfetta ci sarebbe, ed è il Dna. Il nostro genoma si può infatti considerare una sorta di Pin lungo tre miliardi di “cifre” 

 

(le basi azotate adenina, citosina, guanina e timina che si alternano). Tutte le sue possibili varianti, cioè quattro elevato a 3 miliardi, formano un numero tale da assicurarci che, a eccezione dei gemelli monozigoti, nessuno dei cento miliardi di esseri umani vissuti finora ha avuto il Dna di un altro. 

Per la verità, il 99,5 per cento del genoma è comune a tutti gli esseri umani, e la nostra individualità poggia su quella quindicina di milioni di basi che formano i geni che esprimono i tratti fisici e psicologici personali, ma la quantità di possibili combinazioni resta più che sufficiente a garantire l’unicità di ogni persona che sia mai vissuta. 

Decrittare rapidamente, economicamente e senza rischio di errori, a scopo identificativo, quello 0,5 per cento di Dna individuale è però ancora impossibile, e anche l’analisi semplificata di tredici brevi parti del Dna particolarmente mutevoli, usata normalmente nella medicina legale, resta affare complesso, costoso e soggetto a errori o ambiguità, come dimostrano, per esempio, le indagini sull’assassinio di Meredith Kercher a Perugia. 

Cosa potremmo considerare allora un indicatore pratico della nostra identità personale? La prima opzione è stata puntare su quelle caratteristiche fisiche legate al Dna, che, in pratica, ne sono un’accessibile rappresentazione esterna. Il viso, per esempio: colore e tipo di pelle, occhi, naso, bocca e capelli sono diretta espressione di un insieme di geni (per questo i gemelli “identici” sono tali).

Il consorzio scientifico International Visible Trait Genetics ha però scoperto che questi geni sono pochissimi: in una ricerca pubblicata a metà settembre affermano, dopo aver esaminato il genoma di diecimila persone, che l’aspetto del nostro volto dipende dal funzionamento di appena cinque geni.

Questo fa capire quanto le possibilità di variazioni del volto siano limitate: quindi la probabilità di avere da qualche parte dei sosia, o almeno persone che ci somigliano molto, sono troppo alte per poter contare sul viso come carta d’identità veramente affidabile. 

A peggiorare le cose ci sono poi le modifiche dovute all’invecchiamento, l’uso di accessori che coprono il volto e il fatto che nella realtà ombre e luci distorcono i lineamenti. Le difficoltà di questo approccio le ha dimostrate una recente ricerca condotta all’Università norvegese di GjØvik: i ricercatori hanno usato sia volontari umani che un sistema computerizzato di riconoscimento dei volti per individuare più foto delle stesse persone in un insieme di migliaia di immagini.

 Hanno scoperto che sia gli uomini che il computer commettevano un’inaccettabile quantità di errori, scambiando spesso persone diverse per la stessa. Del resto Innocence Project, un’organizzazione che negli Usa è riuscita a far liberare dalla prigione trecento innocenti riesaminando le prove della loro condanna, afferma che nel 70 per cento dei casi l’errore è dovuto a un’identificazione errata da parte di testimoni oculari.

Ma la scienza della biometria non si è certo fermata ai volti: visto che questi non sono molto affidabili, adesso si punta su quelle caratteristiche fisiche che, pur essendo determinate di base dal Dna, ognuno di noi sviluppa poi in modo diverso. Per esempio le impronte digitali, la cui formazione dipende dalla distribuzione di fibre connettive sotto la punta delle dita, che viene modificata casualmente dal contatto delle mani del feto con la placenta. 

Per questo anche i gemelli monozigoti hanno impronte molto simili ma non identiche. Finora, in miliardi di controlli, non sono state mai trovate due impronte uguali. Alcune possono però essere ingannevolmente simili e determinare clamorosi errori di identificazione. 

Come quello che portò all’arresto di Brandon Mayfield, un avvocato americano le cui impronte, secondo l’Fbi, coincidevano con quelle rilevate sulle bombe esplose a Madrid nel 2004.

Successivi riscontri fatti in Spagna scagionarono invece Mayfield completamente. Che le impronte fossero un metodo identificativo tutt’altro che perfetto si sapeva comunque già dal 1995, quando a 156 esperti vennero sottoposte sette impronte, chiedendo loro di associarle ai quattro possibili sospetti di cui avevano le schede: solo 68 esperti riuscirono a identificare correttamente tutte e sette le impronte.

Più promettente sembra essere l’identificazione attraverso un’altra parte del corpo che si sviluppa in modo molto diverso in ogni individuo nel periodo intrauterino: l’occhio. L’identificazione avviene misurando pieghe e macchioline di pigmento che costellano il muscolo circolare dell’iride, o la struttura a ragnatela dei vasi sanguigni della retina.

Il fatto che l’occhio, pur se esplorabile dall’esterno, sia un organo interno offre garanzie di protezione e stabilità alle sue strutture. Certo, nessuno ha ancora dimostrato che tutti gli occhi esistenti al mondo sono diversi, ma la velocità dell’identificazione con un’invisibile scansione ottica dell’occhio  –  possibile anche a metri di distanza  –  seguita da un quasi istantaneo raffronto in database computerizzati, ha fatto sì che questo metodo sia già usato in diversi aeroporti e zone protette nel mondo, sia per l’accesso degli autorizzati sia per il riconoscimento di potenziali pericoli.

L’uso della scansione dell’occhio, in assenza di personale, può però essere rischioso, perché i lettori potrebbero essere ingannati da fotografie di iridi o, come ipotizzato nel film Minority Report, da occhi estratti dall’orbita.

La scansione della retina sarebbe più affidabile, ma richiede che il soggetto fissi lo scanner da vicino, e quindi è più lenta e meno pratica. Molto meno noto è un nuovo filone della ricerca biometrica: la misura delle orecchie. I padiglioni esterni nascono da tre lobi nella testa dell’embrione, identici per tutti, ma che poi si sviluppano casualmente, formando una struttura diversa da persona a persona.

Nel 1989 si dimostrò, usando foto di orecchie di diecimila persone, che ognuna di esse era distinguibile dalle altre e quest’anno ricercatori dell’Università di Miami hanno ideato un sistema computerizzato che trasforma l’immagine dell’orecchio in dati numerici e potrebbe servire per realizzare un database di “identificazione auricolare”.

Le orecchie, però, spesso non sono ben visibili nelle immagini, si modificano con l’età e la loro forma può essere alterata da piercing e ornamenti. Non è detto, comunque, che la nostra individualità sia percepibile solo attraverso la vista. Che dire, per esempio, dell’odore?

Ognuno di noi ha una diversa combinazione di ghiandole odorifere e un diverso mix di batteri, in grado di alterare l’odore delle molecole che quelle emettono. Una ricerca condotta dall’etologo Dustin Penn su 197 austriaci ha rivelato che il corpo umano emette ben cinquemila sostanze organiche volatili, soprattutto dalle ascelle.

L’emissione di 373 di queste sostanze è risultata costante nelle dieci settimane dell’esperimento e 44 di esse presentano una variazione individuale sufficiente a costituire un segno identificativo. È questa nostra firma odorosa individuale, impercettibile ai nostri nasi poco sensibili, ciò su cui contano i segugi quando cercano tracce delle persone scomparse.

Però, anche in questo caso, l’odore di una persona può essere alterato, o variare con alimentazione, età o salute. D’altra parte, non emettiamo solo odori individuali, ma anche suoni. La nostra voce dipende da strutture, come la trachea, la lingua o la laringe, che si sviluppano in modo diverso da persona a persona, e per un computer non è difficile misurare tono e frequenza dei vari suoni che questa combinazione produce, e usarla poi per riconoscerci.

Il problema è che la voce è molto incostante, cambia con l’età, con lo stato di salute e psicologico e può essere alterata a volontà, o registrata e riprodotta. Non a caso i sistemi identificativi basati sulla voce, in genere, sono solo una “seconda linea di difesa”, che affianca un controllo di documenti o di altre caratteristiche fisiche.

Un discorso simile si può fare per l’andatura, che dipende da un complesso, individuale, insieme di ossa, articolazioni, muscoli e depositi di grasso: è abbastanza caratteristica da farci riconoscere amici e parenti da lontano e un computer potrebbe sintetizzarla in un codice numerico, ma può mutare troppo, intenzionalmente o meno, per essere un indicatore decisivo dell’individualità.

Anche il battito cardiaco, secondo una ricerca della Apple, potrebbe essere così personale da costituire una password con cui attivare il proprio smartphone. La differenza nel battito dipende da struttura e dimensioni del cuore, che variano da persona a persona, così come variano i periodi di contrazione e rilassamento dei ventricoli e degli atri.

Misurando questi tempi con precisione, si ottiene una sorta di “Pin cardiaco”. Alterare volontariamente questa caratteristica è molto difficile. In compenso però il battito cardiaco si modifica da sé secondo lo stato mentale e fisico, e nessuno, comunque, ha ancora dimostrato che sia veramente diverso in ognuno di noi. 

Forse, alla fine, la ricerca del segno univoco dell’Io non potrà che indirizzarsi nel luogo dove l’Io, appunto, risiede: il cervello. Il numero di possibili encefali è infatti superiore anche a quello dei possibili Dna. Basti considerare che in un medio cervello umano ci sono cento miliardi di neuroni e ognuno è collegato a settemila altri, in una rete scolpita dalle esperienze individuali, le cui possibili varianti rasentano l’infinito.

E forse ogni cervello esprime la sua individualità, modulando in modo leggermente diverso l’insieme dei suoi segnali elettrici, misurabili esternamente. Nel 2001 ricercatori canadesi hanno dimostrato di poter riconoscere individui in un gruppo di 40 analizzando le loro onde cerebrali alfa, mentre un’altra ricerca, sulle onde gamma, ha trovato chiare variazioni individuali in cento persone. Non si sa ancora, però, se questa “carta d’identità neurale ” sia veramente costante nel tempo: in fondo nessun organo cambia tanto nel corso della vita quanto il cervello…

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Volto, impronte, voce… le dieci cose per cui siamo unici (e identificabili)ultima modifica: 2012-09-29T06:53:00+02:00da weefvvgbggf
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