La nostra Italia-Martirano Lombardo II parte

Del viaggio in Calabria di Giacomo Casanova

casanovaIl valore di un’opera, sosteneva il poeta Paul Valéry, sta tanto nell’autore quanto nel lettore. E in Giacomo Casanova era connaturato il dono di quel certo gusto nel descrivere i fatti della vita che coglie in modo immediato, abbaglia, oserei dire, il lettore, coinvolgendolo, divertendolo, suscitandone l’interesse misto a curiosità. C’è chi ha visto in Casanova il precursore del moderno giornalismo per il fatto che riesce a rendere qualunque notizia, qualunque evento facilmente digeribile, per cui poco importa della rispondenza o meno, dei fatti narrati, alla realtà! La sua fortuna di scrittore fu perciò immensa grazie anche a quei “lettori comuni”, come vengono definiti per distinguerli dai casanovisti veri, da Salvatore di Giacomo, “che non si prenderanno mai la pena di controllare la veridicità d’una narrazione, i cui passi più acconci ai loro ozii della campagna, ai loro viaggi in un comodo scompartimento di prima classe, alle loro attese impazienti in una stanza d’albergo parranno appunto quelli che hanno fatto e fanno tenere le “Memorie casanoviane” solamente per uno di quei libri quasi afrodisiaci che ogni commesso viaggiatore può ben collocare tra i campionari, in fondo alla sua valigia. Che importa a costoro se Casanova abbia mentito, oppur se abbia detto la verità?”

Per fortuna i tempi sono cambiati, le innovazioni tecnologiche hanno sovvertito abitudini, usanze, costumi, anche se alcuni luoghi comuni, non adeguatamente rivisitati e ripuliti, imprigionano, ingiustamente, la nostra mente! E’ diventato luogo comune, nel senso di rigida prigione delle nostre menti anche il brevissimo soggiorno di Giacomo Casanova a Martirano del lontano settembre 1743.

Confesso che allorchè il nome, bellissimo ed a me tanto caro, di “Martirano” riesce, da solo, quasi in modo automatico, ad evocare ancora, quasi eco lontana ed insopprimibile, le ingiurie balorde di quell’avventuriero, “narratore di talento, a volte noioso spesso bugiardo”, come lo definisce Carlo Carlino, provo tantissimo fastidio ed un intimo, possente dolore per l’estrema leggerezza con cui certi apprezzamenti sono stati dettati, diffusi e sono rimasti così, inalterati nel tempo, quasi “simbolo” della Calabria intiera e del mio paese in particolare!

Il secolo XVIII fu un secolo di cambiamenti, sfortunato per la Calabria, coi suoi tremendi terremoti, la peste, però non dimentichiamo che l’eco dei telai di Catanzaro, grazie ai gelseti superstiti, risuonava ancora per gran parte dell’Europa, fornendo gli ornamenti per le più belle chiese; e poi, non sono mai mancati e non mancavano affatto, neanche nel ‘700, gli uomini di cultura!

Tornando a noi, le memorie dettate dal Casanova, ormai ultrasettantenne, consunto dai vizi e dalle malattie veneree, in Boemia, nel castello di Dux (oggi Duchcov) coinvolgono altre persone che, alla luce di una rivisitazone più attenta degli eventi, “potrebbero” essere del tutto estranee ai fatti. Salvatore Di Giacomo, allievo del nostro Vincenzo Padula, da buon casanovista, in un articolo apparso su “Nuova Antologia di lettere scienze ed arti” nel lontano 1922 si chiedeva se si potesse trattare di errori di Casanova, “sbagli del primo lettore e ripulitore del suo manoscritto, o non piuttosto errori voluti e confusioni premeditate?”

Per la descrizione ufficiale dell’arterosclerosi bisogna aspettare un grande clinico di Strasburgo, Lobstein, che, per primo, nel 1833 citò l’alterazione vascolare nel suo trattato di anatomia patologica, però la malattia aveva mietuto già le sue vittime ai tempi del nostro avventuriero! Vediamo come sarebbero andate le cose.

Giacomo Casanova nacque a Venezia il 2 aprile 1725 da Gaetano (anche se si dice che il padre naturale fosse il nobile Michele Grimani) e Giovanna Farussi, detta Zanetta. Gaetano e Giovanna sono gente di teatro, sempre in giro, per motivi di lavoro, per l’Europa; pertanto affidano il piccolo Giacomo alle cure della nonna materna.

Arriviamo al 1743, lo scrittore appena diciottenne, con al suo attivo qualche avventura galante, completamente squattrinato e pieno di debiti, svogliatissimo negli studi, viene richiamato da Padova, a Venezia, dalla nonna la quale, volendo avviare il nipotino alla carriera ecclesiastica, lo affida alle cure di un sacerdote, Tosello, di San Samuele. Anche la madre, però, dalla corte di Augusto III di Varsavia, si sarebbe prodigata a preparare un degno avvenire allo scapestrato figliolo.

In una lettera, si legge nelle Memorie, ella si rivolgeva a Giacomino informandolo che aveva conosciuto un dotto frate dell’ordine dei Minimi, calabrese che si sarebbe preso cura di lui a patto che Zanetta gli avesse procurato la nomina di vescovo in Calabria. L’attrice si sarebbe rivolta alla regina Elisabetta Maria Giuseppina, madre di Amalia Wolburg, moglie di Carlo di Borbone, la quale, a sua volta, avrebbe scomodato il Pontefice, Benedetto XIV.

La cosa era fatta, Bernardino de Bernardis, le savant moine, minime, Calabrais, citato nella lettera di Giovanna fu nominato vescovo di Martirano. Fu così che il giovane Casanova, già tonsurato, dottore in utroque, con una non certo brillante esperienza di predicatore sarebbe stato nominato segretario particolare del vescovo De Bernardis a Martirano. “Basta con la vanità, diceva a se stesso, d’ora innanzi baderò solo a cose grandi e concrete”.

Poi ricordando quel soggiorno, molto breve in verità, continua: “Partimmo in compagnia di due preti che dovevano recarsi a Cosenza e insieme percorremmo le centocinquanta miglia che ci separavano dalla Capitale della Calabria in ventidue ore. Quindi, l’indomani stesso del mio arrivo, presi un calesse per recarmi a Martirano. Durante il viaggio contemplavo il famoso Mare Ausonium …… Vedevo soltanto miseria……..e gli stessi pochi abitanti in cui m’imbattevo mi facevano vergognare di appartenere al genere umano…….Mi resi conto allora che i Romani non avevano torto di chiamarli bruti invece di Bruzi………… Trovai il vescovo Bernardo de Bernardis intento a scrivere, seduto a una misera tavola. M’inginocchiai davanti a lui, ma invece di benedirmi si alzò, mi sollevò e mi abbracciò stretto……Gli chiesi se aveva dei buoni libri, della gente colta da frequentare qualche persona distinta con cui passare piacevolmente un paio d’ore. Mi confidò sorridendo che in tutta la diocesi non c’era nessuno che potesse vantarsi di sapere scrivere bene e tanto meno che avesse un po’ di gusto o una qualche idea di cosa fosse la buona letteratura……”

Mi permetto, a questo punto, di interrompere il racconto di Casanova per richiamare l’attenzione su qualche punto che non mi convince completamente. Non mi dilungo sull’epidemia di peste, i provvedimenti di ”spurgo”, adottati per evitare il contagio, che avrebbero comunque impedito al segretario di raggiungere il suo vescovo. In ogni caso, per arrivare a Martirano da Cosenza, a quel tempi, la strada, se così si può chiamare il sentiero appena visibile tra la vegetazione fitta che, per buona parte costeggiava il fiume Savuto, percorsa per di più su un calesse, cosa improbabile, e percorribile solo di giorno, se non consentiva in alcun modo di far volgere il pensiero al Mare Ausonium, peraltro ben lontano e poco visibile da essa, avrebbe dovuto fornire al nostro illustre narratore il primissimo motivo di denigrazione.

Un viaggio attraverso quel sentiero appena accennato tra i fusti secolari di boschi fittissimi, percorribile a piedi o con bestie da soma, rigorosamente di giorno, sentiero che per gran parte seguiva la corrente del fiume Savuto, pieno di pericoli, è cosa che difficilmente abbandona il ricordo di qualunque mortale abbia vissuto simile esperienza. A Jean Claud Richel di Saint-Non, a Dumas, a Swinburne, che stava perdendo tra le acque del Savuto un suo domestico, un siffatto viaggio lasciò un ricordo profondo.

Un secolo e mezzo dopo, nel funesto settembre del 1905, fu proprio “quel sentiero mulattiero aspro ed in qualche punto anche pericoloso”, è Cesare Nava che parla, a scoraggiare i soccorritori e a ritardarne l’opera! Come mai Giacomo Casanova non accenna minimamente alle difficoltà del viaggio da Cosenza a Martirano? Come mai non ne rivela la durata? E poi, permettete, una Cattedrale bella, maestosa e grande come quella di Martirano, che si ergeva tra tanta miseria e che il terribile terremoto, cui accennavo, del 1905 distrusse completamente, non sarebbe dovuta sfuggire all’attenzione di un visitatore della portata del segretario del Vescovo!

Invece, ironia del destino, appunto nella Chiesa Madre, “il giorno dopo, continua l’illustre segretario, il vescovo celebrò la messa pontificale e potei vedere tutto il clero, tutte le donne e tutti gli uomini che riempivano la cattedrale. Fu allora che presi la mia decisione e mi sentii fortunato di poterla prendere. Quelle che avevo davanti erano un branco di bestie che mi guardavano scandalizzate per il mio aspetto esteriore. Le donne poi erano di una bruttezza spaventosa……..non appena fummo soli dissi chiaro e tondo a monsignore che non mi sentivo la vocazione di finire martire, nel giro di pochi mesi, in quel luogo……Anzi venga via anche lei!….La proposta lo fece ridere per il resto della giornata, ma se avesse accettato, non sarebbe morto di lì a due anni nel fiore dell’età…”

Mi scuso ancora col Signor Giacomo per l’ulteriore interruzione, ma voglio ricordarGli che Padre Russo riferisce che il succitato Monsignore morì, a Martirano, dopo 14 anni di lodevole governo, il 18 giugno 1758.

“ Così”, prosegue il Casanova, compiangendo il povero vescovo che vi rimaneva, “sessanta ore dopo esserci arrivato, lasciai Martorano. L’arcivescovo di Cosenza, uomo intelligente e ricco, volle ospitarmi in casa sua. A tavola, feci con slancio le lodi del vescovo di Martorano, ma criticai spietatamente la sua diocesi e poi tutta la Calabria, con tanto mordente che l’arcivescovo fu costretto a riderne con tutti i suoi ospiti……..Partii dopo tre giorni di permanenza….feci tutto il viaggio con cinque figuri che avevano l’aria di essere corsari o ladri di professione. …….ritenni prudente dormire sempre con addosso i pantaloni: precauzione necessaria più che per proteggere il denaro, per proteggere qualcosa d’altro, in un paese dalle tendenze tutt’altro che raccomandabili come quello. Arrivai a Napoli il 16 settembre 1743……”

Quante se ne fanno, quante parole, a cervello non ancora avviato, si dicono pur di strappare un sorriso! Quale confusione! Le reminiscenze dei Classici, il mare Ausonium e forse gli “amores insanes caprini” hanno condizionato tantissimo la costruzione del racconto d’un viaggio che forse non è mai stato realizzato!

Interpelliamo Padre Francesco Russo, lo studioso della Chiesa sulla cui oculatezza e rigore storico non credo ci sia da ridire; ecco cosa scrive ne “La diocesi di Nicastro” elencando i vescovi della diocesi di Martirano, arrivato al quarantacinquesimo: “ 1743-1758. Bernardino de Bernardis, da Fuscaldo, dei Minimi di S. Francesco di Paola. Nacque il 27 maggio 1699 da Giovanbattista e da Teodora Ferrari. Entrato nell’Ordine dei Minimi e recatosi a Roma divenne Lettore Giubilato e Reggente dello Studio di S. Francesco di Paola ai Monti, Esaminatore sinodale del clero romano e teologo del Card. Annibale Albani. Si distinse anche come valente oratore a Venezia e nelle principali città d’Italia.

Dal 1739 al 1743 fu teologo del re di Polonia, Segretario della Regina e Luogotenente Generale del Principe Palatino di Wratislavia. Ma non fu mai a capo della Diocesi di Varsavia, come erroneamente afferma il Lattari. Il 16 dicembre del 1473 da Benedetto XIV fu promosso Vescovo di Martirano e consacrato dallo stesso Papa il 22 dello stesso mese. Avendo avuto nel frattempo alcuni incarichi, pervenne in Diocesi solo il 28 ottobre 1744……Dopo 14 anni di lodevole governo stava per essere promosso alla sede vescovile di Rossano; ma fu prevenuto dalla morte il 18 giugno 1758…” Agl’inizi del secolo XX, “casanovista convinto”, Salvatore di Giacomo raggiunge, a Fuscaldo, due discendenti diretti del vescovo di Martirano, Battista ed Eugenio de Bernardis, “piccoli proprietari, in quel piccolo paese.”

Il primo dei due, tutto preso da problemi inerenti l’attività agricola, non si fece pregare allorchè gli furono “coraggiosamente” richieste le ventitrè lettere, ancora conservate nella sua abitazione, appartenute all’illustre antenato. Di queste, ventuno erano state indirizzate da Bernardino al fratello maggiore Saverio Domenico nel periodo che va dal 1721 al 1744, una era stata spedita al Vescovo da un avvocato, Saverio Lupinacci, ed un’altra indirizzataGli a Napoli dal Cardinale Paolucci il 26 marzo 1744.

Dalla prima lettera, datata 5 aprile 1721, apprendiamo che il de Bernardis si trovava a Venezia, ma…. Casanova, all’epoca, non era ancora nato! In quella del 28 luglio 1739, il futuro vescovo di Martirano fa sapere al fratello che il giorno 8 dell’ “entrante mese”, ovvero di agosto 1739, sarebbe partito, da Roma, per la Polonia, facendo una breve sosta a Venezia. Il Cardinale Camerlengo Albani, continua, mi ha onorato con la patente di suo teologo, e mi accompagna con lettere di raccomandazione a quella Corte dove à del gran maneggio. Egli presentemente tiene qui in sua casa il Principe Reale figlio di S.M. (il diciassettenne Federico Cristiano, figlio di Federigo Augusto, re di Polonia) , e così potete considerare la benemerenza che à con quella Corte….” A questo punto, vista la considerazione in cui era tenuto Annibale Albani, mi chiedo se può rispondere a verità quanto la Zanetta nella lettera, peraltro mai ritrovata, avrebbe comunicato al caro figliolo!

L’ultima lettera da Varsavia reca la data del 13 febbraio 1742. Ritroviamo il nostro Bernardino a Venezia, da dove, il 31 agosto 1743, ovvero circa una settimana dopo aver cominciato a risentire “il caldo italiano”, comunica al fratello che deve fermarsi a Napoli, tra l’altro, per consegnare un regalo della Imperatrice Guglielmina Amalia all’augustissima nipote Maria Amalia, moglie di Carlo III, nelle sue proprie mani.

Fu forse in quel periodo che il diciottenne Casanova s’inginocchiò, accompagnato dall’abate Grimani, davanti al de Bernardis? Però, anche qui c’è qualche “imprecisione”, nel 1743 Bernardo aveva quarantaquattro anni e non dieci di meno, come asserisce il Casanova e poi quel bel monaco non portava ancora “sa croix” di vescovo. Infine, come si evince dalla corrispondenza col fratello, don Bernardino si fermò ancora per qualche mese a Venezia, mentre Casanova asserisce che già il sei settembre 1743 il “monsignore” sarebbe partito per Martirano.

Il 5 novembre, come si desume da un’altra lettera, don Bernardino è a Roma, ma non è stato ancora consacrato vescovo. Il 3 dicembre 1743 comunica a Domenico di essere stato esaminato in presenza di Benedetto XIV, il quale lo interrogò e lo lodò pubblicamente…” La consacrazione avverrà probabilmente o il giorno di San Tomaso o domenica 22 corrente. Il 31 dicembre, dopo avere informato il fratallo che sarebbe partito per Napoli verso la fine di gennaio, il neo vescovo così continua: “ Sua Eccellenza il signor Duca di Sales, primo ministro della maestà del nostro Re, mi ha risposto con infinita cortesia e mi ha assicurato che sarò ben ricevuto dal Re a riguardo della Maestà del Re di Polonia che mi ha raccomandato al Papa perché io fossi provvisto del vescovado di Martirano….”

Nel passaggio di stato monaco-vescovo operarono “catalizzatori” ben più possenti di Zanetta! Quattordici giorni dopo il vescovo de Bernardis comunica al fratello che, dopo un periodo di permanenza piuttosto lungo a Roma e poi a Napoli, “….Venendo a Martirano condurrò meco un cappellano, un cameriere, due servitori, e a Napoli mi provvederò d’un buon cuoco che saprà farmi da mangiare…” Come si vede, non accenna, nel modo più assoluto ad un segretario del Vescovo.

La permanenza di Bernardino a Napoli si protrasse per varie motivazioni, non ultime la consegna del dono alla Regina e l’exequatur che il Re concesse il 28 febbraio 1744. Ricordando quanto dice Padre Russo, Monsignor Bernardino si insediò a Martirano il 28 ottobre 1744.

Molti, dunque, in accordo anche con quanto dice Giacomo Roberto Musì nel suo saggio su Casanova in Calabria del 1998, sono i dubbi che restano circa i veri rapporti, ammesso che ci siano stati, tra Casanova, Zanetta e de Bernardis ed il viaggio di Casanova in Calabria. Ma, si potrebbe obiettare, perché proprio Martirano? Perché Monsignor de Bernardis? Molte sono le crepe, le imprecisioni, le date che non coincidono, tante le persone estranee ai fatti!

Giacomo Casanova probabilmente non è mai stato a Martirano, però dobbiamo ammettere che ha saputo ben architettare e rendere digeribile ai lettori il suo racconto realizzato utilizzando vari elementi, di varia provenienza che ritornavano mano mano alla sua mente. Noialtri italiani, quando ci troviamo fuori dall’Italia ci riconosciamo in modo del tutto naturale ed inspiegabile. Zanetta sarà stata attratta dal “beau moine” o forse, siamo nel secolo XVIII, più dalle sue prediche, dalla sua facilità di linguaggio. Non le fu difficile, in Polonia, dove probabilmente frequentavano i medesimi ambienti, raccogliere informazioni sul monaco, o conoscerlo di persona e soddisfare il suo naturale senso di curiosità, avrà saputo, forse per bocca dello stesso Bernardino, della sua nomina a vescovo, della sua destinazione e, probabilmente, sono mie umili, non condivisibili supposizioni, avrà invitato il figliolo a presentarsi al de Bernardis per conoscerlo, al suo rientro, a Venezia.

I due si saranno incontrati, sempre a Venezia, il futuro pastore avrà informato il Casanova circa le condizioni del suo gregge e le difficoltà che avrebbe incontrato nella sua Calabria, cose tutte ben note, il Pacichelli, nel medesimo periodo, pur ricordando l’antico splendore, riconosce lo stato di decadenza di Martirano nel ‘700.

Tutti questi elementi, le sue reminiscenze dei classici latini e greci, magistralmente mescolati, conditi con un pizzico di storia, filtrati attraverso una fantasia ancora fervida che purtroppo, non tenne conto dell’esattezza delle date, della giusta collocazione e successione degli eventi.

Un conflitto tra fantasia e memoria da cui si evince che, forse, Casanova non ha mai messo piede a Martirano!

Da martiranese, io vorrei, molto indegnamente, unire la mia voce a quella del grande Franco Berardelli, martiranese, che nel suo articolo “La Calabria nel giudizio di un avventuriero del settecento” così dice: “Ed ora difendo la mia Martirano, la vetusta e gloriosa Mamerto, ove i miei morti riposano…..”

Gaspare Caputo

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La nostra Italia-Martirano Lombardo II parteultima modifica: 2012-03-11T10:32:00+01:00da admin
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