28/01/2012

Lucio Dalla - Itaca

Gas killer nelle auto. Meno emissioni, ma più rischi in caso di incidente

L’europarlamentare M. Rivasi denuncia con preoccupazione la sostituzione dei vecchi gas refrigeranti per auto con una nuova miscela più eco, ma potenzialmente tossica e corrosiva.

aog60590 auto in coda

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auto eco 2012Auto elettriche, ibride ed ecologiche: le novità 2012

Una panoramica sulle principali uscite ecologiche delle case automobilistiche previste per il 2012. 18 sono in tutto i nuovi modelli "eco" che saranno disponibili quest'anno.

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greenpeace climaCO2 in continua crescita: “Il clima cambia. La politica deve cambiare”

Greenpeace entra in azione e proprio mentre il Ministro Clini raggiunge Durban invita il mondo politico a non chiudere gli occhi di fronte all’emergenza climatica.

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parlamento europeoGas serra, patto dei sindaci europei per stroncare le emissioni

Tremila città impegnate a ridurre del 20% le loro emissioni di Co2 entro il 2020. Efficienza energetica e meno smog. Ma Ue deve fornire più risorse.

Un climatizzatore per auto potenzialmente letale: è pesante la denuncia mossa in questi giorni dalla parlamentare europea Michèle Rivasi, eletta in Francia nelle liste di Europe Ecologie, che tramite il proprio sito avverte i cittadini sulla pericolosità del gas HFO-1234yf, prodotto dalla società Honeywell e approvato dall’Agenzia Usa per la protezione ambientale e dall’europea SAE, Society of Automative Engineers.


Sebbene il gas in questione rappresenti un’alternativa ecologica ai prodotti attualmente utilizzati, secondo la parlamentare Rivasi il problema starebbe nella pericolosità in caso di incidente: sottoposta a temperature elevate, ed entrando successivamente in contatto con acqua, la miscela potrebbe, secondo quanto denunciato da M. Rivasi, trasformarsi in un acido letale. Questa reazione metterebbe ad estremo rischio automobilisti e soccorritori, che il più delle volte sono chiamati ad intervenire proprio con l’acqua.
 
Il tema, che è stato oggetto di una conferenza a Strasburgo, inizia a preoccupare gli addetti ai lavori, anche se non sono ancora usciti chiarimenti o ulteriori specifiche in merito.
La situazione è complessa, dato che il gas in questione rappresenterebbe un passo in avanti nell’affrontare un altro, grosso, problema: il riscaldamento globale. La decisione di sostituire gli attuali sistemi di climatizzazione auto con il gas HFO-1234yf è infatti maturata in risposta alla Direttiva europea 2006/40/CE, recante disposizioni in merito alla necessità di modificare i sistemi di climatizzazione per i veicoli leggeri, azione volta a ridurre l’impatto dei gas sprigionati dalle auto.

Ecco dunque la mossa dell’industria automobilistica, che ha deciso di lavorare ad una sostituzione dell’attuale HFC-134a con il HFO-1234yf; gas che, come accennato sopra, è stato approvato dalla Society of Automative Engineers e ora, quindi, potrebbe essere installato in tutti i sistemi di MAC, mobile air conditioning.
 
Ed il problema sollevato da Michèle Rivasi è proprio questo: la caratteristica ecologica dell’innovativo gas rischia di essere un volano per la sua diffusione, a dispetto della sua pericolosità. In caso di incidente, la miscela gassosa, sottoposta ad elevate temperature, rischia di trasformarsi in fluoruro d’idrogeno, a sua volta alterabile, se a contatto con semplice acqua, in acido fluoridrico, estremamente tossico e corrosivo. La questione è ancora aperta, e la stessa Michèle Rivasi ha presentato un’interrogazione al Parlamento europeo volta a chiarire la posizione della Commissione di fronte all’immissione sul mercato di questo gas.
 
 

27/01/2012

Ausilio per la riabilitazione 1-4 Aspetti psicologici del laringectomizzato

E' un'esperienza comune degli oncologici che variabili di tipo psicologico,in particolare la reazione alla malattia,siano in grado di ricoprire un ruolo importante non solamente ai fini della riabilitazione e del reinserimento,ma anche ai fini prognostici. Occorre quindi aver un quadro abbastanza chiaro per aiutare il futuro operato a non restare vittima dei suoi meccanismi di difesa ed incoraggiarlo ad uscire il più velocemente possibile dalla situazione di blocco.

La reazione alla malattia è suddivisa generalmente in 3 fasi:una fase iniziale dove si comunica la diagnosi e si stabilisce l'intervento,la fase ospedaliera e la fase post-chirurgica ossia la riabilitazione. La fase iniziale è uno stato di profondo allarme;successivamente è frequente il riscontro di una reazione aggressiva (ovvero depressiva) rivolta verso i familiari e i sanitari. Se questa fase è mascherata dal rifiuto dell'intervento,il paziente e i familiari sono spesso condizionate dalle preoccupazioni di non rubare tempo prezioso ai medici con le loro richieste di informazioni;tuttavia il medico deve interpretare quell'atteggiamento di vittima che indica la paura del rifiuto e può nascondere una rivalsa persecutoria. Quando questo percorso resta ancora più sotterraneo il paziente corre spesso il rischio di rimanere psicologicamente e socialmente “isolato” con il suo timore e ansia inespressa circa il futuro. Il familiare,dal canto suo,spinto di non dire niente al paziente sulla sua condizione,rimane il più delle volte confuso ed angosciato dal senso di impotenza e dalla condizione di “cospiratore del silenzio”.Laddove il paziente e i familiari appartengono alle classi lavoratrici non tecnocratiche,le difficoltà connesse alla diffidenza,alla distanza sociale,ai diversi stili di espressione verbale,alle basse aspettative del medico circa le capacità del paziente di comprendere le informazioni,tutte queste difficoltà peggiorano l'interazione tra l'ammalato e il suo ambiente. Quindi bisogna stabilire una migliore comunicazione aiutando il paziente ad esprimere il suo dolore e a creare una comunicazione interna libera e aperta,affinché i meccanismi di adattamento favoriscano una migliore attuazione dell'intervento chirurgico.

Per i famigliari la consapevolezza di una possibile depressione nel paziente li conduce a reagire negando tutte le paure del Congiunto/a.

L'ignoranza incrementa la paura e la paura scatena una negazione dell'importanza della riabilitazione e della logica dei piccoli passi sin dalle prime fasi. Gli infermieri possono collaborare in modo insostituibile perché a loro i pazienti si rivolgono con maggiore fiducia sperando di poter ricevere una verità serena e schietta;in questa fase di shock i pazienti sono emotivamente dei bambini che desiderano una guida che nulla nascondo. Questi operatori,che convivono ed osservano più facilmente i pazienti in questo periodo,hanno la possibilità di trovare il miglior momento per esprimere fiduciosamente le diverse fasi dell'intervento,incoraggiandoli ripetutamente ad affrontare il futuro.

L'attesa dell'intervento chirurgico costituisce una continua e notevole fonte di stress. L'ansia,la paura,l'agitazione,oppure la confusione,persino l'inibizione e la disperazione sono le diverse intensità di reazioni all'intervento. In tale fase (II fase) è importante il ruolo del chirurgo che dovrebbe illustrare le possibilità terapeutiche,l'intervento programmato,gli esiti,dando e trasmettendo fiducia al paziente. E' stata dimostrata l'utilità del fare incontrare il paziente con gli operati da lungo tempo. Il ricevere risposte concrete rappresenta una prima tappa di notevole importanza ai fini dell'accettazione del demolitivo intervento chirurgico.

Fino ad oggi questa azione preventiva si è svolta prevalentemente a livello dei possibili determinanti di tipo biologico,in una visione di tipo chirurgico tradizionale. Di contro occorrerebbe dare importanza all'approccio programmatico dell'intervento,che tenga conto dei due tipi di problemi che si intrecciano:

  • da un lato la valutazione iniziale delle possibilità terapeutiche in relazione allo stadio della malattia e delle coesistenti patologie somatiche (che determinano l'alternativa tra cordectomia/laringectomia parziale o totale);

  • dall'altro lato l'analisi e la presa in carico delle reazioni emozionali.

E' importante preparare i familiari e il paziente ad affrontare ed accettare la notevole quota di sofferenza somatica e psichica che caratterizza i 12 giorni successivi all'intervento. La solitudine,il sondino,le difficoltà respiratorie e le secrezioni richiedono che il paziente sia incoraggiato a superare quella fase come l'ultima di una situazione di passività;mentre la malattia è stata ormai affrontata è necessario puntare sul suo ruolo attivo:come il desiderio di tornare autonomo nella quotidianità. Pertanto occorre fare il punto della situazione analizzando:


1) il problema sociale e lavorativo (se c'è);

    1. le reazioni psicologiche ed affettive;

    2. le risorse ambientali (la famiglia).

 

Infine,la dimissione dall'ospedale (III fase) ed il rientro a casa sono le fasi confronto/scontro con la realtà,poiché il neo operato è pienamente cosciente della sua problematica:lo stato di ansia legato alla malattia,le alterazioni funzionali ed estetiche conseguenti all'intervento,il timore del << rigetto sociale>> sono ingigantiti dall'impossibilità di comunicare verbalmente le proprie preoccupazioni. Il neo-operato vive una pericolosa sensazione di isolamento e di incomprensione. La conseguenza più temuta di questo stato d'animo è rappresentato dalla depressione psichica con rifiuto della vita e di ogni tentativo di prolungarla.

E' in questa fase che si rivela essenziale la presenza dell'operatore poiché dovrà dare una metodologia, ossia gli strumenti e le abilità necessarie al neo-operato e alla sua famiglia per superare questa particolare situazione. E' necessario presentare al neo-operato una programmazione dettagliata della giornata e convincerlo ad eseguirla. Si richiede alla famiglia di incoraggiarlo,di prestargli attenzione senza eccessivo mammismo o militarismo. Occorre mantenere un interesse costante nei suoi confronti,basta fare capire che la sola vicinanza fisica oppure un semplice cenno degli occhi sono già un'interazione valida per riacquistare la propria autostima. L'operatore deve ripetere alla famiglia che è inutile cercare di proteggere il neo-operato dal prendere piena consapevolezza dei drastici cambiamenti che si sono prodotti. La famiglia deve sempre più incentivare e spronare il neo-operato a recarsi alla rieducazione vocale poiché è l'unica via per reinserirsi socialmente. Se il paziente può riprendere l'attività lavorativa,è determinante che a scandire l'impegno sia un riabilitatore che abbia le stesse affinità sociali.

A volte,il rifiuto della riabilitazione fonatoria,l'astenia,la dispnea fino all'attacco di panico con vertigine,richiedono una consulenza psichiatrica. Verranno individuate le strategie più opportune,gli incontri con le famiglie,le mete da raggiungere. I risultati ottenuti nel corso del programma riabilitativo aiuteranno a trovare le motivazioni necessarie per compiere ulteriori passi.

L'intervento di laringectomia totale,se da un lato è finalizzato alla salvezza della vita del paziente,d'altra parte deve essere associato a opportune iniziative psicologiche e sociali,affinché la vita del laringectomizzato possa essere qualitativamente soddisfacente.

 

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27 gennaio 2012 giornata della memoria

26/01/2012

"operazione piombo fuso"

IL COMMENTO

"Ricordare cosa fu “Piombo Fuso” a tre anni di distanza. Questo mi si chiede di fare ma io, davvero, provo l'imbarazzo di non saper distinguere quelle tre settimane apocalittiche (oltre 1400 morti e 5 mila feriti) alla quotidianità di quel luogo chiamato Striscia di Gaza. Tutto il mondo sa dell'esistenza di questa strana entità, questa “Striscia”, ma sono sicura che neppure il 10% di tutti coloro che credono di conoscerla riuscirebbe ad immaginare cosa essa sia effettivamente. Dov'è la “Striscia di Gaza”? In Palestina. Ma cos'è la Palestina? Che non sia uno Stato in pochi lo sanno, che le persone che abitano quella terra martoriata e attraversata da filo spinato e muri di cemento armato non abbiano alcun diritto sul loro stesso suolo natale, nessuno lo sa, o almeno nessuno sa fino a che punto questo sia vero. Ma la “Striscia di Gaza”, lei, non ha neppure l'opportunità di vivere il filo spinato, i check-point, né le barriere che attraversano la Palestina. No perché a Gaza non c'è bisogno di attraversare check-point, di valicare frontiere interne alla propria terra. Di tutto questo non c'è bisogno perché, semplicemente, da Gaza, non si va da nessuna parte. A Gaza si vive, o meglio si sopravvive, fino a quando qualcun'altro ci accorderà la sopravvivenza. Fino al momento in cui non vi sarà un bombardamento o un omicidio mirato si potrà ancora sperare di trovare qualcosa da mangiare grazie alla possibile carità concessa a qualche organizzazione internazionale, al pesce pescato da qualche barca scampata al fuoco delle navi militari, alla verdura raccolta nei campi tempestati dai cecchini o ancora, grazie a quel tunnel attraverso il quale a volte si riesce a strisciare per raggiungere, inshallah, Rafah, in terra egiziana, e racimolare zucchero, farina, beni di prima necessità. Nient'altro è concesso oltre a raccogliere i miseri resti della propria casa distrutta, confondere il proprio dolore con la cantilena del muezzin che chiama alla preghiera raccontando di un aldilà agognato. “Piombo fuso”, un'altra Nakba o semplicemente l'apice provvisorio dell'annichilimento di un popolo? Provvisorio, sì, perché a quelle 3 settimane di nuova catastrofe se ne aggiungeranno altre e forse nuovamente si dirà che a Gaza si è toccato il fondo ma non sarà così, al peggio sopraggiungerà ancora il peggio, fino a quando il mondo non deciderà di aprire gli occhi sull'orrore e non potrà che dire basta. Deir Yassin, Tall al Zaatar, Sabra e Chatila, Jenin, Nablus…..Gaza, ecc ecc. Finalmente si può chiamarle stragi, ma parlare di pulizia etnica non riscuote ancora il favore di molti, dire Olocausto poi è ancora un tabù, assolutamente interdetto parlare di un Olocausto che non sia ebraico. E forse non è sbagliato: l'Olocausto palestinese si perpetua da ben più lungo tempo e allora forse bisognerà inventare un'altra parola". Nessuno meglio di Michel Warschawski riuscì probabilmente a rendere l'esatta misura dello sgomento che l'operazione “Piombo Fuso” poteva essere in grado di provocare. All'indomani della strage, lui, tra i fondatori della Rete degli Ebrei contro l'Occupazione, figlio di un rabbino e grande conoscitore dei fondamenti della religione ebraica, ammise la propria impotenza, lo sconcerto crescente di fronte allo svilupparsi della società israeliana e, insieme alla vergogna di appartenere al popolo responsabile di tanto abominio, espresse la propria irreversibile condanna: arrivato a tanto Israele non avrebbe più dovuto avere il diritto di esistere quale Stato. Così come la presenza della famiglia di Lot non aveva impedito a Dio di distruggere Sodoma, così la presenza di alcuni giusti in Israele non avrebbe dovuto impedire di arrestare lo sviluppo di una società che aveva dimenticato ormai qualsiasi forma di umanità. Affermazioni che vanno lette comprendendo lo sgomento del Warschawski attivista e filosofo, lo stesso che aveva conosciuto e sperato nell'Israele di Rabin e che oggi non riusciva più a intravvedere né immaginare nulla di simile.

Per comprendere le cause di tanta impunità vengono in aiuto le parole di Pino Cabras, che all'indomani del dubbio omicidio di Vittorio Arrigoni scriveva: “Il potere nel mondo post 11 settembre si è giovato ampiamente del terrorismo come instrumentum regni. Ha fatto passi enormi nell distruggere un ordinamento giuridico internazionale che ammetteva norme non basate sul solo diritto di potenza, inquinare i punti di riferimento concettuali per la definizione di ciò che è aggressione o tirannia o resistenza, far abdicare gli Stati dalla difesa dei loro prevalenti interessi nazionali a vantaggio di una coalizione dominata da interessi imperialistici, condizionare l’economia – vicina a un baratro finanziario – entro la gabbia delle priorità militari.” E il terrorismo di cui parla Cabras non è quello di qualche improbabile Salafita, ma di “Quelli che vogliono ammazzare i testimoni della strage”. Il fatto che l'uccisione di Vittorio Arrigoni fosse stata pensata da tempo infatti non può sfuggire a nessuno che sia dotato di un minimo di onestà intellettuale. L’incitazione era esplicita: uccidere un gruppo di persone, tramite la stesura di una vera e propria lista nera con nome e cognome: gli attivisti occidentali testimoni di quanto succede nei Territori occupati. Tutto questo è facilmente consultabile in un sito web, gestito da una sorta di Ku Klux Klan ebraico americano, per nulla clandestino: “Stop the ISM”.

E nel deserto che è il mondo, del quale Gaza e la Palestina non sono che il paradigma, il cuore sussulta ancora alle parole di Vittorio il vincitore: “Continueremo a fare delle nostre vite poesie, fino a quando libertà non verrà declamata sopra le catene spezzate di tutti i popoli oppressi”.